PAROLE FORTI
La speciale collaboratrice di Polis è andata a trascorrere una mattinata presso il Centro Diurno ….
La parola “disabilità” preoccupa; il pensiero di disagio, di diverso ha una eco cupa con un’inflessione maligna, e se alla parola disabilità si accompagna l’aggettivo grave allora la preoccupazione s’ingrandisce e diviene problema, qualcosa di difficile soluzione, qualcosa di estremamente complicato da gestire, qualcosa da evitare addirittura. Come contagio e corruzione
In questo caso, non sono tanto i soggetti gravemente disabili a spaventarci, ma la loro condizione senza via d’uscita, pietrificante in un mondo fatto da e per persone abili; il pensiero spaventoso è: ”Se fossi io al posto suo cosa mi toccherebbe?” probabilmente scappiamo dal pericolo di trovarci in una situazione che non sappiamo affrontare, dove ogni risposta è continuamente rimessa in discussione ed ogni giorno si deve rincominciare nuovamente ad imparare a camminare, ad interagire con l’ambiente circostante ed a vivere.
Questo lo sanno bene i familiari e chi s’avvicina ai ragazzi disabili, persone per sempre giovani non, certo, per l’anagrafe ma perché loro sono anime ingenue ed inesperte, spiriti-bambini curiosi pronti a sorridere al passaggio di una farfalla; la tenerezza dei loro sguardi, non corrotti da sofisticati calcoli di guadagno possibile, i loro gesti da cucciolo d’uomo invitano gli estranei a soffermarsi su una vita dal differente significato; differente con obiettivi differenti che vanno rispettati ed incoraggiati.
“Nel rispetto delle capacità di ognuno di loro”, con queste parole mi ha accolto la dott.sa Gabriella Miccoli quando sono andata al centro diurno di Statte, per vedere un pezzetto di mondo poco conosciuto, ed allargare così la mia visuale, per estendere il mio campo visivo. Delle varie attività di questo centro mi aveva parlato la dott.sa Noia, una delle quattro volontarie del servizio civile, con voce vibrante, sinceramente coinvolta in questo progetto di vita. Tanto entusiasmo mi sembrava eccessivo e, forse, del tutto personale, ma quando sono andata sul posto, “in classe” sono rimasta colpita nel riscontrare la stessa voglia di fare sia nella responsabile e educatrice (la dott.sa Miccoli già citata) che negli ausiliari per l’assistenza (Anna Gesualdo e Martino Calabretti) che nei due esperti di ceramica e di musica (rispettivamente Laura Tacente e Giovanni Ettorre).
L’aula è spaziosa, piena di luce e confortevole, segno che gli occupanti si trovano bene e trasmettono questa serenità a chiunque va a trovarli, come Mimmo dell’istituto tecnico Amaldi, adiacente la “nostra” classe, e dove Giovanni, uno dei “ragazzi gravi”, spesso partecipa alla distribuzione dei giornali nelle varie aule, diventando il promotore di un’integrazione spontanea che ha dato come frutto una partita di calcetto fra ragazzi di scuole “differenti”.
La nostra classe ha un’entrata indipendente ma si affaccia sul corridoio interno all’itis “per fortuna – dice Gabriella- altrimenti saremmo completamente isolati” relegati ai margini anche fisicamente, come accadeva per i lebbrosi nel medioevo.
Questa è una classe di 16 alunni che apprendono le tecniche per un’autonomia sia personale sia sociale, un gruppo eterogeneo per età (dai 18 ai 65 anni) e patologie (sindrome down, tetra paresi spastica, insufficienza mentale) ma compatto se c’è da aiutare l’amico a sciogliere l’argilla o riempire l’acqua per sciogliere il colore. Le attività sono svolte in gruppi più piccoli di 6-7 elementi, così da poter essere seguiti tutti attentamente e continuamente. Laura, l’esperta in ceramica mi assicura che sono coinvolti tutti a turno, ognuno con la propria predisposizione a non perder tempo inutilmente. Parlare di terapia occupazionale è, decisamente, riduttivo, attraverso questi laboratori si cerca di sviluppare la psico-motricità e la capacità di comunicare emozioni ed esprimere la propria fantasia con la fatica e l’impegno necessari.
Indossano tutti il camice bianco educatori e educandi “per non sporcarci fra pittura, creta e colla per ottenere la cartapesta”, i lavori qui prodotti rimangono in sede o sono occasionalmente esposti a Natale e nelle mostre comunali ma non importa servono per educare i ragazzi nelle quattro ore a disposizione.
Mentre Laura parla col sorriso che, illuminandole il volto, si estende alle sue speranze, passaggio testimoniato dalla dolcezza dei modi; si avvicina, a noi, Costantino, discreto e modesto nonostante le sue medaglie d’oro d’atleta di nuoto, come precisa prontamente una delle volontarie, egli vuole ascoltare e capire di che novità si parli; nessuna novità, Gabriella mi ha raccontato che il centro funziona in via sperimentale dal 2000 che fornisce, anche, assistenza domiciliare, attualmente a due minori ed a due anziani non autosufficienti, seguiti rispettivamente da: dott.sa Adele Ianneo e dall’ausiliare Mariella Laddomada. Rassicurazioni sul lavoro svolto vengono dalla visita della mamma di Marta, la bambina di 11 anni assistita domiciliarmente, la signora è soddisfatta delle cure prestate alla figlia ed al sostegno alla famiglia alleggerita dal fardello della solitudine ma, soprattutto, coinvolta nella costruzione di un futuro, proiettata verso l’avvenire di Marta, perché un futuro deve averlo anche lei, protetta dall’abbandono a se stessa.
La giornata è piena di sole senza nuvole né vento, allora esco fuori dell’aula in cortile, con me vengono Daniela e Tetta accompagnate dal vigile Calabretti; Daniela mi spiega dove abita e cosa ha fatto durante le vacanze mentre gli altri due siedono vicini con Carmine, come vecchi amici nella piazza del paese, attenti nell’osservare i movimenti dei passanti. Martino non parla, lascia che le ragazze giochino con me, la sua professionalità è evidente mentre accarezza la mano di Carmine, oggi un po’ irrequieto.
Gabriella e la sua equipe hanno progettato uscite al mare, allo zoo, al circo e mentre le illustra i suoi occhi chiari limpidissimi riflettono vivacemente, la volontà di operare cambiamenti per migliorare lei con tutti i ragazzi, in uno scambio reciproco d’energie che non si esauriscono nelle attività teatrali con il laboratorio d’immagine ed ascolto, non si esauriscono con l’impegno di un giorno tutto da rincominciare, sempre con entusiasmo. Sorride confidandomi che egli “alunni” sono sempre tutti presenti e che non le basta il tempo per realizzare completamente le idee chele vengono per educare alla cura dell’ambiente in cui vivono, oltre alla cura della propria persona.
La fisioterapista dell’UTR viene due volte la settimana per incentivare la funzionalità motoria di questi pazienti e non tralasciare nessuno dei loro bisogni; ma loro, quelli che pazientano, non chiedono molto, solo: “Che facciamo oggi?”.
Lucia Pulpo
